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Caro visitatore,

Benvenuto al primo studio sulla narrazione.

Voglio inaugurare questa serie di esplorazioni con un viaggio sul grado di parzialità (o imparzialità) presente nelle storie. Sul fatto che le storie siano in grado di immaginare mondi straordinari anche molto vasti ma che comunque, in definitiva, possano rivelarli sempre e solo attraverso un unico punto di vista. Nelle storie non sembra esistere una pluralità di informazione e in questo grado di arbitrarietà sembra vivere la missione autoriale.

Mi chiamo Andrea Fabbri, sono un narratore.

Partiamo!

 

GRADO 360: SPORT E IMPARZIALITA’ TOTALE

 

Come prima cosa voglio farti vedere le immagini che sto guardando.

 


Leifer, Neil. 1966. Alì – Williams (Overhead).

 

La prima è una fotografia scattata al ring dell’Autorome di Houston nel 14 novembre del 1966 da Neil Leifer. Mostra un fotogramma dell’incontro che Ali (quello in piedi) vinse in tre riprese su Williams (quello sdraiato), toccando, a detta molti esperti, il punto più alto della sua boxe.

 


Fonte, Motogp.com.

 

La seconda, invece, è una riproduzione grafica del tracciato del gran premio del Qatar, il circuito che si corre in notturna e in genere inaugura il motomondiale. L’immagine mostra il circuito nella sua interezza, mostra la numerazione di ogni curva e la relativa velocità stimata durante la gara.

Le due immagini ci raccontano storie diverse. Certo, le diversità sono molte e anche molto evidenti ma qui ci concentriamo su ciò che comunicano.

La prima racconta dell’irripetibile, di un evento costruito con l’idea di essere memorabile che poi si è rivelato essere effettivamente un evento memorabile. Racconta di un punto preciso spaccato sulla linea del tempo: l’incontro Ali – Williams del 14 novembre del 1966.

La seconda, invece, ha a che fare con il rito dell’appuntamento fisso, della ripetizione, con  un qualcosa destinato a incastrarsi nella storia tra tutto ciò che è stato prima e tutto quello che verrà dopo, tra tutti i circuiti che si sono corsi e quelli che ancora si correranno su quella stessa pista. Qualcosa del tipo: Qatar 2018, MotoGP, anche quest’anno ne vedremo delle belle.

Sono due immagini diverse ma quello che le tiene insieme è lo sport. O più precisamente il fatto che entrambe fotografino il palcoscenico dove la competizione sportiva si realizza: il ring, il circuito; quelle specifiche porzioni di mondo dove, seguendo determinate regole e condizioni, gli uomini si sfidano.

A pensarci bene, gli sport vanno a costruire delle vere e proprie zone franche in giro per mondo all’interno delle quali è permesso fare cose più assurde. Prendiamo il ring: se uno riempie di mazzate un’altro dentro il ring è un campione ma se lo fa un centimetro fuori dal ring va in prigione. Idem per le moto: provate a sfrecciare ai 300 all’ora lungo l’autostrada del Sole, vediamo se vi fanno un applauso. Per non parlare poi di quei rettangoli dove per venti giocatori su ventidue è possibile toccare il pallone con qualsiasi parte del corpo tranne che con le mani, meglio se con i piedi.

Insomma, all’interno del perimetro di gioco puoi fare cose che se le fai un centimetro fuori la gente ti prende per pazzo.

Ma questa non è l’unica cosa degli sport che mi fa impazzire. L’altra è il principio che sta alla base di tutte le competizioni sportive, ovvero, la ricerca, talvolta spasmodica, dell’imparzialità. Quell’ossessione di dover assicurare a tutti i concorrenti la possibilità di poter competere alle medesime condizioni.

Le competizioni sportive funzionano attorno a questo principio, e per questo si sono dotate (e si dotano tutt’ora) di un sistema di regole che mira a garantire l’eguaglianza di trattamento dei concorrenti e l’imparzialità dei fattori in gioco.

Così, se prendiamo il circuito motociclistico, ogni pilota si confronta sulla stessa pista, con lo stesso asfalto e con le stesse condizioni meteorologiche (addirittura, da qualche anno, con la stessa marca di gomme). Ci sono i semafori alla partenza, ci sono traiettorie possibili e traiettorie impossibili, traiettorie vietate e sanzioni. In questo modo, azzerando il livello di parzialità di ogni fattore ambientale, il vincitore sarà il pilota migliore, oppure quello che guida la moto migliore o collabora con il miglior team, fattori che, in buona sostanza, hanno a che fare con il dato umano, con la scelta del pilota e del suo team: gomma morbida o dura? Quel capo tecnico o quell’altro? Come prendo la curva tredici? e così via…

Allo stesso modo, considerando il caso della boxe, abbiamo due uomini di un determinato peso corporeo che salgono su un ring all’interno del quale possono colpirsi soltanto sopra la cintura e soltanto con pugni coperti da guantoni in un incontro che è diviso in riprese e vede la presenza di un arbitro a controllare che tutto fili liscio. Le regole valgono per tutti i pugili del mondo in qualsiasi ring ufficiale. In questo modo, il campione coincide con il pugile migliore.

Insomma, il principio del “competere ad armi pari” è uno dei pilastri della competizione sportiva, e tutto questo genera le sue conseguenze: gli sportivi sono uniti da un obiettivo comune ma di segno opposto perché il premio non può essere condiviso. Così, se da un lato genera un meccanismo di competizione del tipo “mors tua vita mea”, dall’altro segna un legame tra gli atleti che tendiamo a chiudere sotto il termine di “sportività”.

Per questo motivo, quando si parla di sport, si parla sempre di rivalità e non di inimicizia, di rivale e non di nemico. Si parla di “cattiveria” sempre e solo se seguita dall’aggettivo “sportiva”, così come si parla di “guerra” o “battaglia” allo stesso modo, attraverso una terminologia che rientra sotto il grande cappello de “l’etica dello spot”: lo stringersi la mano a fine gara, il terzo tempo e così via.

Questo perché la competizione sportiva garantisce a tutti i concorrenti le medesime condizioni di partenza e le medesime  modalità di espressione. Questo perché lo sport costruisce teatri artificiali che non hanno la pretesa di essere realistici, bensì di essere regolati. E come in tutti i teatri, parliamo di recita, e la recita finisce quando cala il sipario.

Lo sport presenta un grado di imparzialità e di equità massimo di 360°.

Ma imparzialità e equità non sono certo delle prerogative del “mondo reale”. E così, di riflesso, non sono delle prerogative neppure del mondo delle storie.

E qui arriviamo al punto.

 

GRADO 0: LA VITA, LE STORIE E LA PARZIALITA’ TOTALE

 

La vita non è equa. La vita non è imparziale. Nessuno parte con le stesse carte e non è detto che a numerosi sforzi corrispondano adeguate ricompense. Allo stesso modo, la vita non è ingiusta.

Semplicemente, la vita rifugge alle classificazioni: non è possibile contenerla in una definizione e non può esistere un sistema di classificazione universale capace di distinguere il positivo dal negativo in maniera assoluta.

Ciò che è vero per un individuo, può essere falso per un altro, e questo scende dal modo che abbiamo di vedere il mondo.

Come essere viventi, siamo abituati a manipolare le nostre azioni in base ai valori che ci sono stati tramandati e a quelli che abbiamo fatto nostri nel corso della nostra esperienza, valori attraverso i quali tentiamo di ordinare la realtà distinguendo il positivo dal negativo. 

E questo meccanismo, come molti altri meccanismi umani, ce lo siamo portato dietro nelle storie.

Raccontiamo storie servendoci di un punto di vista parziale, il nostro, e le ascoltiamo sintonizzandoci con lo sguardo dell’autore. Il narratore ci conduce all’interno di un mondo straordinario e, guidandoci, manipola le nostre percezioni facendoci aderire a un sistema di valori al quale ci atteniamo, e in base al quale ordiniamo il mondo straordinario distinguendo il positivo dal negativo, il bene dal male.

In questo modo, le storie, così come la vita, dipendono da un punto di vista che non è universale, equo e sopratutto imparziale. In questo modo possiamo empatizzare con essere spregevoli, oppure “tifare” per personaggi “positivi” che però, di fatto, non fanno altro che compiere nefandezze per tutta la durata della vicenda.

Facciamo alcuni esempi.

Un primo caso interessante è quello del personaggio di Jay Gatsby. Tutti noi ci siamo affezionati alla figura di questo misterioso e romantico magnate di West Egg capace di trasformare la speranza in fuochi d’artificio. Gatsby è senz’altro un personaggio magnifico, dalle incredibili qualità umane e dense sfumature, che però, di fatto, seduce il nostro narratore, Nick, al solo fine di organizzare un appuntamento con sua cugina Dasy. Di fatto, Jay Gatsby manipola il nostro narratore degnandolo di attenzioni speciali al fine di ottenere uno scopo. Il suo comportamento ci fa sorgere la domanda: se Nick non fosse stato il cugino di Dasy, avrebbe goduto lo stesso della sua amicizia?

Eppure, facciamo fatica a riconoscergli questo tratto. Jay Gatsby è stampato nella nostra memoria come un personaggio delicato e romantico e non come un opportunista. In più ci disinteressiamo completamente del fatto che per campare si dedichi a loschi e nebulosi affari. E tutto questo lo facciamo perché Il grande Gatsby ci racconta una storia diversa, esplora un’altro aspetto della vita e lo esplora perché il nostro narratore sceglie di esplorarlo. La visione che abbiamo di Gatsby è la visione idealizzata che Nick ha di lui.

Così arriviamo al punto.

In un qualche modo, seducendo il nostro narratore, Jay Gatsby ha alterato la percezione di Nick e quindi quella del pubblico in quanto il nostro sguardo sul mondo straordinario corrisponde allo suo. Il punto di vista sulla vicenda è tutt’altro che imparziale ed è giusto e bello che sia così.

Nel film Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, invece, osserviamo la vicenda dal punto di vista di una madre disperata per la morte violenta della figlia. La vicenda ruota attorno alla rabbia che questa donna sfoga nei confronti della polizia cittadina e in particolare dello sceriffo che, per una buona parte del film sembra essere il nostro antagonista.

Ma se provassimo a  immaginare la stessa storia scritta dal punto di vista dello sceriffo? Ecco che un brav’uomo, con una bella moglie e due belle bambine scopre di avere il cancro. A un certo punto, poi, un caso difficile: una ragazza viene violenta e uccisa ma sulla scena non viene rinvenuta nessuna prova che gli permetta di aprire un’indagine. Così lo sceriffo archivia il caso ma la madre della ragazza, una donna colma di rabbia e risentimento, inizia a diffamare il suo nome e a compiere veri e propri reati violenti.

La domanda è: adesso chi sembra il nostro antagonista?

In conclusione, a differenza degli sport, le storie costruiscono mondi che hanno la pretesa di essere realistici. Le storie hanno la pretesa di mettere in scena qualcosa di rappresentativo, qualcosa in grado di non dissolversi al di là del perimetro del palcoscenico. Le storie non si esauriscono con la fine della recita ma entrano a far parte del nostro bagaglio di esperienze. Le storie raccontano la vita e la vita sfugge alle interpretazioni, dipende dai punti di vista. Non è equa e non è iniqua.

 

LE MOTIVAZIONI DEL PERSONAGGIO

 

A questo punto viene da chiederci: che cosa rende un personaggio (oppure un evento) “negativo”? Che cosa lo rende, invece, “positivo”?

Come abbiamo detto, all’interno dell’universo narrativo, il positivo e il negativo dipendono dal sistema di valori messo in piedi dal narratore. E nel concreto, tale sistema di valori posa sulle motivazioni, ovvero su una specie di gerarchia dei motivi che ispirano le condotte dei nostri personaggi.

Facciamo un esempio.

In Kill Bill, seguiamo la rincorsa alla vedetta di Beatrix Kiddo, ex killer professionista, a cui Bill e la sua squadra hanno ucciso il futuro marito, gli amici e la figlia che aveva in grembo. Nel corso dei due capitoli del film, la nostra eroina non fa altro che uccidere chiunque si frapponga fra lei, la squadra delle vipere mortali e Bill, e infine Bill stesso. Uccide sicuramente più di cinquanta persone e ne ferisce almeno altrettante, rende orfana di madre una bambina e orfana di padre sua figlia (che in realtà era viva e viveva con Bill, il padre).

Ma tutto questo non ci impedisce di empatizzare con lei. Non importa quante persone uccida, non importa quante persone abbia ucciso nella sua intera vita di assassina, perché nel sistema di valori costruito da Tarantino, lei, a differenze degli altri personaggi, ha la giusta motivazione per farlo, ovvero la vendetta. In un mondo straordinario dove la violenza è priva di fondamento o quasi, Beatrix è violenta per uno scopo che noi classifichiamo migliore delle motivazioni che animano i suoi nemici: indifferenza, potere, rabbia e denaro. Detto in altri termini: secondo il sistema di valori di Kill Bill, è accettabile uccidere per vendetta ma non è accettabile uccidere per indifferenza, potere, rabbia e denaro.

Per questo motivo tutti noi tifiamo per Beatrix.

 

40° 44’ 39’’ N 2010-10-13 LST 0:04

 

I numeri che leggi nel titolo sono coordinate.

Mi piace l’idea di chiudere con delle coordinate, mi restituisce un pò l’idea di fissare un punto. Tuttavia, la mia non è una velleità fine a stessa perché queste coordinate hanno a che fare con un tizio, un francese, che per una parte della sua vita è andato in giro per il mondo a fotografie gli skyline delle città più grandi del mondo per poi ricongiungerli con i relativi cieli notturni fotografati nelle zone più remote del mondo.

Villes éteintes di Thierry Cohen, è un libro che mi ha fatto impazzire nel 2016. Quella che sto osservando è la fotografia che unisce lo skyline di New York al suo cielo notturno scattato in un deserto che può essere quello del Mohave, oppure del’Atacama o del Sahara.

 


Cohen, Thierry. 2010, 40° 44’ 39’’ N 2010-10-13 LST 0:04.

Quello che mi ha fatto impazzire di questo progetto, è che Cohen non si è limitato ad applicare agli skyline dei cieli qualsiasi bensì esattamente gli stessi cieli che si trovavano sopra le città al momento dello scatto della fotografia. Lo so, è da pazzi ma per farlo, essendo i cieli cittadini coperti dall’inquinamento, il vecchio Thierry ha letteralmente inseguito i cieli delle megalopoli fino a raggiungerli in un punto deserto, privo di inquinamento per fotografarli.

Il libro è tutto così: un insieme di fotografie di paesaggi urbani deserti e cieli stellati. Megalopoli asciugate digitalmente del colore, rese buie, spente, e poi sovrapposte al cielo stellato di qualche luogo deserto che Thierry ha scovato seguendo la volta celeste.

Attraverso questo meccanismo, Cohen ci permette di vedere il mondo in modo diverso.

E credo che questo esempio ci permetta di indovinare una perfetta quadratura del cerchio.

Perché questo è quello che facciamo quando raccontiamo una storia: definiamo un sistema di condizioni, eventualità e valori nel tentativo di portare alla luce una singola porzione di mondo, anche molto piccola, e far sì che brilli per sempre.

Come una stella. 

Una storia non è imparziale e non è equa ma nasce dalle nostre scelte autoriali, dalle nostre intuizioni. Il punto di vista che prendiamo sulla vicenda, così come le motivazioni, sono influenzate da quello che, come narratori, scegliamo di raccontare: che sia un romanzo su un ricco magnate dei ruggenti anni ‘20, un film su una vipera assassina in cerca di vedetta oppure la fotografia di un cielo stellato applicato sopra a una città deserta.

La prova autoriale nasce nell’arbitrarietà delle nostre scelte. È il nostro sistema di valori a renderci liberi e sopratutto unici.

Comprendere questo meccanismo può aiutarti a godere di un nuova prospettiva sul rigoglioso mondo delle storie.

E a scrivere storie migliori.

Coraggio,

Andrea

 

Come forse avrai letto, questo sito nasce come uno spazio di condivisione libera e gratuita di quello che ho imparato durante la mia esperienza di studente, autore e collaboratore editoriale. Se ti è piaciuto questo primo studio e desideri contribuire in un qualche modo, ti invito a condividerlo con chi credi possa essere felice di riceverlo.

Ti ringrazio,

Un abbraccio,

Andrea

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