#5. Punto di vista

Tempo di lettura 25'

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Si chiama Dalla A alla Z ed è un ciclo di 68 lezioni dove potrai imparare i fondamenti dell'arte del racconto osservando il mondo che ci circonda, il lavoro dei grandi maestri e scrivendo.

 

Il rispetto del punto di vista segna la differenza tra un autore professionista e un autore alle prime armi.

Questa affermazione è forte almeno quanto è vera.

Il 99% delle schede di valutazione che ho redatto nel corso della mia esperienza di collaboratore editoriale condividevano una scorretta gestione del punto di vista. Inutile dire dove siano finiti quei manoscritti… Posso davvero assicurarti che non esiste biglietto da visita peggiore in una casa editrice.

Il mancato rispetto del punto di vista è sicuramente l’errore più diffuso tra gli autori alle prime armi e non solo.

In questo capitolo approfondiremo l’argomento forse più ostico di tutto il corso: dopo aver parlato della relazione esistente tra punto di vista e narratore, elencheremo insieme tutti i punti di vista possibili.

Tutto questo utilizzando soltanto contenuti 100% originali, frutto dei miei studi e della mia esperienza come autore e collaboratore editoriale.

Mi chiamo Andrea Fabbri. Sono un narratore.

Qui puoi trovare la mia storia.

Forza!

Hai già visto il mio videocorso di scrittura?

Si chiama Dalla A alla Z ed è un ciclo di 68 lezioni dove potrai imparare i fondamenti dell'arte del racconto osservando il mondo che ci circonda, il lavoro dei grandi maestri e scrivendo.

 Il narratore.

 

Come abbiamo detto durante il corso, raccontare significa aprire un collegamento tra il mondo straordinario dove abita la storia e il mondo reale. Tale collegamento è assicurato dalla presenza di un autore che osserva il mondo straordinario e traduce la sua visione in parole e valori comprensibili al resto dell’umanità.

Il mondo straordinario della storia vive in una galassia sconosciuta e l’autore è l’unico essere umano in grado di osservarlo. Così, l’autore è come un’esploratore: osserva il mondo straordinario per poi raccontarlo. E per raccontarlo, l’autore ha bisogno di un medium che in un qualche modo lo connetta alla storia, il narratore.

Il narratore corrisponde alla voce che l’autore utilizza per raccontare la storia. Può essere interno ai personaggi, al protagonista della vicenda (La versione di Barney) oppure a un altro personaggio appartenente del mondo straordinario (Il grande Gatsby); oppure può essere un narratore esterno ai personaggi, una voce più o meno onnisciente che racconta la storia (Una questione privata, Cosmopolis).

Possiamo pensare al narratore come a un tramite tra l’autore, la storia e il pubblico.

Come autori, osserviamo il mondo straordinario, e per raccontarlo, ci affidiamo a un narratore. Il punto di vista ha a che fare con la prospettiva dalla quale scegliamo di dare voce agli eventi.

Ogni narratore è quindi collegato a un punto di vista.

 

Punto di vista (PDV).

 

Il punto di vista ha a che fare con la prospettiva dalla quale vengono raccontati gli eventi della storia. Coincide con la prospettiva dalla quale il lettore osserverà il mondo straordinario ed è legato a doppio filo con il concetto di distanza tra eventi, narratore e quindi lettore.

Perché il narratore potrà raccontare la storia direttamente con la sua voce, quindi esterna ai personaggi che popolano il mondo straordinario (Furore, Zanna Bianca, Il gallo d’oro, Una questione privata) oppure potrà scegliere di raccontarla attraverso lo sguardo di uno dei personaggi che popolano il mondo straordinario, (Addio alle armi, Meno di zero, Il Giovane Holden).

E questa scelta condizionerà l’esperienza dei nostri ascoltatori a diversi livelli.

Il punto di vista condiziona in modo irreversibile l’esperienza del pubblico, il modo in cui potrà vivere la storia, trovandosi più o meno coinvolto dagli eventi, più o meno vicino (fisicamente, emotivamente e temporalmente) ai fatti raccontati.

 

A ogni storia corrisponde un punto di vista.

Non esiste un’unica realtà. La realtà è soggettiva, dipende dalle interpretazioni, e questo vale nella vita quanto nelle storie.

Punti di vista diversi conducono sempre a storie diverse perché cambiare pdv significa cambiare l’interpretazione che si ha di uno stesso episodio.

Avete mai avuto un diverso punto di vista da vostro/a marito/moglie? Dal vostro capo o dalla vostra insegnante? Indipendentemente da come sia andata a finire la contesa, immagino che tutti eravate convinti di avere le vostre ragioni. I litigi: le migliori lezioni sul punto di vista.

Scegliere un pdv corrisponde quindi, in un certo senso, a scegliere quale verità raccontare.

A questo proposito, è importante sottolineare come una storia non nasca mai per essere imparziale. Anche quando viene raccontata attraverso un narratore esterno, la storia coinciderà sempre con il pdv del narratore. L’imparzialità, è una dote che non appartiene al mondo delle storie. Ne ho parlato anche in questo studio.

Continuiamo!

Spesso, quando ci troviamo di fronte a una grande storia ci viene da pensare che quella storia potesse essere raccontata soltanto in quel modo, che l’autore sia stato in grado di prendere tutte le scelte giuste producendo un’opera perfetta.

Quante volte ti è successo?

Il riflesso naturale di tutto questo ci porta a concludere che cambiare la prospettiva dalla quale si racconta una storia, conduce per forza a raccontare una storia diversa.

 

Esempio.

Il racconto di una marcia per i diritti delle donne vista dal punto di vista di una donna che vi prende parte sarà diverso dal racconto dello stesso episodio visto dal punto di vista di un uomo misogino e maschilista. Il racconto della stessa marcia, poi, potrebbe trasformarsi ulteriormente se raccontata attraverso gli occhi di un gruppo di bambini che quel giorno, non potendo giocare in strada, decidono di unirsi al corteo.

Infine, il racconto potrebbe unire tutti questi racconti per andare a formare un racconto corale.

Avverti la differenza?

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Punto di vista e la storia che stiamo raccontando.

 

Punti di vista diversi conducono a storie diverse, così, scegliere attraverso quali occhi raccontare la propria storia, a quale narratore affidarla, significa in un qualche modo scegliere quale storia si vuole raccontare.

Richiamando l’esempio di cui sopra, la storia della donna porta sicuramente in dote il tema dell’autodeterminazione e dell’emancipazione, mentre quella dell’uomo potrebbe avere a che fare con la paura e la rabbia. La storia dei bambini, invece, potrebbe avere a che fare con il tema della crescita. Infine, la storia corale potrebbe esplorare la diversità e la complessità umana raccontando diverse sfaccettature di uno stesso evento.

Torneremo sull’argomento in maniera approfondita, fornendo anche numerosi esempi, nel corso del capitolo dedicato al tema, il capitolo numero sette.

Punto di vista e distanza con il narratore.

Come abbiamo detto, il punto di vista ha a che fare con la distanza tra eventi, narratore e pubblico. Abbiamo accennato al fatto che questa distanza può essere fisica, emotiva oppure temporale e adesso è venuto il momento di approfondire il discorso.

La distanza fisica riguarda la distanza fisica tra il personaggio (e quindi gli eventi della storia) e il narratore. Lo spettro di possibilità va da un punto di vista interno (immagina una prima persona singolare) a un punto di vista totalmente esterno (immagina una terza persona, un narratore esterno al mondo straordinario). In mezzo a questi poli, ci sono infiniti posizionamenti possibili.

Esempi.

Il Giovane Holden è un ottimo esempio di punto di vista interno. I pensieri e la “voce” di Holden ci accompagnano attraverso l’arco temporale della storia. Allo stesso modo, possiamo citare Meno di zero di Bret Easton Ellis, il quale racconta il ritorno a casa di un ragazzo, Clay, per le vacanze di Natale. In questi due esempi, il personaggio racconta la sua storia e il pubblico viene investito dagli eventi.

Colline come elefanti bianchi di Hemingway, invece, è un celebre esempio di punto di vista totalmente esterno. Racconta della conversazione tra un uomo e una donna alla stazione del treno. Senza mai entrare nei loro sentimenti e pensieri, Hemingway riesce a far emergere un potente sotto testo, il vero argomento delle conversazione tra i due personaggi. Questo racconto può essere considerato come un’ottima rappresentazione della teoria dell’iceberg, del principio che impone di mostrare e non raccontare. Ne abbiamo parlato nel capitolo dedicato al personaggio, ricordi?

La distanza emotiva, invece, corrisponde alla distanza tra il narratore, le emozioni e i pensieri dei personaggi. Il narratore può percepire i loro sentimenti e i loro pensieri?

Se prendiamo a riferimento i due estremi di distanza fisica, la distanza emotiva scende direttamente dalla distanza fisica: un punto di vista interno, infatti, non può che avere una distanza emotiva pari a zero (se siamo all’interno della testa nostro personaggio, è chiaro che ne possiamo percepire i pensieri e i sentimenti) mentre un punto di vista totalmente esterno, ovvero un narratore completamente esterno, implica per forza una distanza emotiva massima, dove il narratore riporta gli eventi senza commentarli al pari di una macchina da presa cinematografica.

Per quanto riguarda invece le posizioni intermedie, possiamo ottenere infinite sfumature: un narratore che racconta per mezzo di una terza persona molto “appoggiata” sul personaggio è in grado di captarne le emozioni e i pensieri mentre un narratore che racconta in una terza persona più distante non può avvertirli.

 

Esempi.

Furore, è un romanzo caratterizzato da un punto di vista esterno che racconta utilizzando una terza persona senza essere parte del mondo straordinario, un voce dall’alto che di tanto in tanto si posa sui diversi personaggi e ne capta i pensieri e i sentimenti.

Ne Il nuotatore, Cheever racconta in terza persona il particolare pomeriggio di un uomo che decide di attraversare a nuoto tutte le piscine del quartiere per ritornare a casa. In questo racconto, Cheever è molto appoggiato sul suo personaggio di cui conosce idee e pensieri.

In ultima battuta, viene la distanza temporale, ovvero la distanza temporale che si ha tra il tempo in cui la storia è accaduta all’interno del mondo straordinario e il tempo in cui viene raccontata. Una storia può essere racconta al tempo presente (distanza temporale uguale a zero), al passato oppure, molto raro, al futuro.

La cosa ha diverse implicazioni che ho scoperto negli anni.

Quando raccontiamo una storia attraverso un punto di vista interno oppure appoggiandoci al nostro personaggio, la cosa che dobbiamo considerare in termini di distanza temporale è la risonanza emotiva che i fatti raccontati (passati o futuri) sono in grado di generare sul nostro personaggio nel momento in cui li racconta.

Se una storia è raccontata al tempo presente, la risonanza emotiva del tuo personaggio sarà uguale a zero perché i fatti succederanno nello stesso momento in cui verranno raccontati. Il tuo personaggio vivrà la storia nel momento stesso in cui questa si realizza e, attenzione, questo non significa che il personaggio non potrà emozionarsi, anzi, semplicemente significa che le sue emozioni e le sue reazioni saranno istintive.

Quando una storia è raccontata al passato, invece, anche se la narrativa tende a creare sempre un effetto di immediatezza, occorre considerare che la storia che si sta raccontando è già accaduta. In questo senso, occorre valutare quali tipi di effetti, i fatti raccontati siano capaci di esercitare sul personaggio oggi, nel momento in cui racconta la storia.

 

Esempi.

Ne Il grande Gatsby, ad esempio, il nostro narratore, Nick, conosce la fine della storia di Gatsby fin dalla prima riga del romanzo.

Ne L’uomo che cade, i personaggi tendono a ricordare il pre-Torri Gemelle. L’evento è però successo da poco tempo e quindi non è ancora stato rielaborato.

In Meno di zero, o ne Le mille luci di New York, il tempo è presente e la narrazione è serrata. I personaggi vivono e reagiscono agli eventi in “diretta” e quindi hanno reazioni e sentimenti impulsivi.

Una volta scelto, difficilmente il punto di vista potrà essere cambiato. Il punto di vista costituisce infatti una voce importante del patto che stipuliamo con il pubblico nel primo atto, e non va tradito.

Tempi verbali, punto di vista e narratore.

Il momento è propizio per offrirti qualcosa di importante, qualcosa che non si torva sui manuali che ho scoperto nel corso dei miei anni di lavoro sulla pagina a proposito degli effetti e delle funzioni dei diversi tempi verbali sul racconto.

Quando raccontiamo storie che prevedono una distanza temporale (al passato o al futuro), il tempo verbale da noi scelto può condizionare l’esperienza del nostro pubblico. Questo perché i tempi verbali che scegliamo possono suggerire qualcosa circa la risonanza emotiva del nostro personaggio in relazione ai fatti che sta raccontando.

Il passato remoto tende a generare un senso di rielaborazione e risoluzione: nonostante possa esserci una risonanza emotiva con gli eventi passati, la nostra voce narrante ha già fatto i conti con quegli accadimenti, mentre l’imperfetto, al contrario, suggerisce l’idea di un narratore che ancora non ha chiuso i conti con il suo passato ed è in un momento di riflessione ed elaborazione dei fatti che racconta.

Esattamente come potrebbe suonare una narrazione pensata al tempo futuro: il futuro è il luogo delle speranze e dei sogni ma anche quello delle aspettative, tutte sensazioni capaci di proiettarsi nello spirito del nostro personaggio per trovarvi risonanza.

Esiste un unico principio generale che vale per tutte le distanze di cui abbiamo parlato: grazie al processo di immedesimazione, un punto di vista vicino agli eventi (a livello fisico, emotivo e temporale) permette al lettore di vivere la storia in maniera più diretta mentre un punto di vista distante ottiene l’effetto di offrire un racconto più ampio ma anche meno serrato, filtrato dalla sedimentazione dell’esperienza a livello fisico, mentale e temporale.

 

Un decalogo finale di tutti i punti di vista possibili.

Esistono diverse prospettive dalle quali poter raccontare una stessa storia e per ognuna di loro esistono innumerevoli sfumature. Ci sono infinite distanze che, come autori, siamo liberi di scegliere. Ma ricorda: non ne esiste una migliore oppure una peggiore, ma sempre una più o meno funzionale alla storia che stiamo raccontando.

Ecco, finalmente, una carrellata di tutti i punti di vista che possiamo utilizzare arricchiti di  spiegazione e numerosi esempi.

Buon divertimento!

PRIMA PERSONA: la vicenda è raccontata direttamente dalla voce di un personaggio che tendenzialmente è anche il protagonista. Abbiamo già fatto cenno a questa possibilità dicendo che il pdv, in questo caso, è interno al personaggio.
Questo ha diverse implicazioni.
Innanzitutto, in questa soluzione il narratore coincide con il personaggio. Questo significa che il pubblico seguirà la storia dal suo punto di vista e così, i saperi del nostro personaggio, la sua intelligenza e il suo linguaggio non potranno mai superare (o viceversa essere superati da) quelli del narratore.
Come abbiamo detto, in questo tipo di pdv, il pubblico osserverà il mondo straordinario attraverso gli occhi del nostro personaggio. La cosa ha dei pregi e dei difetti. Da un lato, scrivere in prima persona, ha il pregio di facilitare l’immedesimazione del pubblico stimolando l’empatia nei confronti del nostro personaggio ma al tempo stesso, dall’altro lato, ci costringe a limitare la nostra scrittura alla prospettiva del personaggio, sia a livello fisico che a livello emotivo e temporale. Inoltre siamo vincolati ai suoi saperi.
E tutto questo, non è sempre così semplice da gestire.
Se scrivi al passato, inoltre, occorre prestare molta attenzione alle risonanze che la storia genera sul tuo personaggio. Essendo un pdv interno, il tuo personaggio sta, di fatto, raccontando nel vero senso della parola una cosa che gli è accaduta o di cui ha sentito parlare, e lo stato emotivo di chi racconta non può mai essere trascurato.
Esempi. Abbiamo già citato Uno, nessuno e centomila, Il Giovane Holden e Meno di zero; a questi possiamo aggiungere End Zone, Rumore bianco, Addio alle armi, La confraternita dell’uva e Lolita.

PRIMA PERSONA MULTIPLA: quando la vicenda è narrata in prima persona dal punto di vista di due o più personaggi che si alternano durante lo scorrere della storia.
In questo caso, vale tutto quello che abbiamo detto sulla prima persona singola con l’aggiunta che questa variante trova senso quando ognuno dei diversi personaggi-narratori apporta qualcosa alla storia. In altre parole, quando le voci dei narratori sono differenti e appartengono a personaggi differenti. Prima di scegliere questa soluzione, occorre assicurarsi di avere sufficientemente materiale narrativo. In questo modo si eviteranno inutili doppioni.
Il pdv multiplo ha il pregio di aumentare il volume della storia: maggiori sono i punti di vista, maggiori sono i diversi sguardi attraverso i quali il pubblico può godere del nostro mondo straordinario. Per la stessa motivazione, dall’altro lato, aumentando il volume della storia, un pdv multiplo può rallentare il ritmo della narrazione, inoltre, quando non è usato al meglio può rendere difficile individuare il protagonista.
Esempio. Lacci è un ottimo esempio di questa tecnica.

PRIMA PERSONA PERIFERICA: è una variazione della prima persona semplice e tendenzialmente si ha quando il narratore non è il protagonista. In questi casi, tendenzialmente, il narratore è un osservatore che osserva proprio il reale protagonista della vicenda.
L’esempio non può che essere il già citato Il grande Gatsby dove Nick osserva Jay Gatzby e ne racconta la vicenda. Ma un caso analogo è senz’altro quello di Pastorale americana oppure quello di Novecento. Possiamo poi citare Il giardino delle vergini suicide, dove troviamo una prima persona plurale periferica, ovvero un gruppo di ragazzi, cosa non usale.

 

PRIMA PERSONA INATTENDIBILE: quando il narratore non è attendibile per qualche ragione e quindi il suo punto di vista è poco credibile.
Il narratore potrebbe essere sotto choc, ubriaco, drogato, eccetera. Oppure potrebbe avere problemi a ricordare, proprio come, ad esempio, accade a Barney, protagonista de La versione di Barney.

TERZA PERSONA: quando il narratore sceglie di raccontare la vicenda dalla prospettiva di un personaggio tenendosi però al suo esterno. Questa è la possibilità più utilizzata in narrativa. Da un lato conserva i vantaggi tipici della prima persona facilitando l’empatia con il lettore e dall’altro ci permette di non limitarci ai saperi e al corpo del nostro personaggio.
A questo proposito, è importante sottolineare che il grado di libertà che possiamo prenderci in relazione ai saperi e al corpo del nostro personaggio, è proporzionale alla vicinanza che scegliamo di tenere, ovvero a quanto, in gergo, sceglieremo di “appoggiarci” o meno al nostro personaggio: un narratore completamente appoggiato riuscirà a captare ogni sensazione ed emozione del personaggio: conoscerà il suo vissuto, la sua personalità e i suoi trascorsi, qualunque cosa lo riguardi; mentre un punto di vista poco appoggiato conduce all’estremo opposto, ovvero a una distanza fisica ed emotiva. Scegliere un pdv meno appoggiato, quindi, significa rinunciare alla prossimità con il personaggio in favore di una maggiore libertà “di movimento” del narratore che sarà così in grado di spaziare senza essere vincolato dal personaggio stesso. In questo senso, esistono infinite sfumature che possiamo scegliere in base alla storia che stiamo raccontando, infiniti modi di appoggiarsi o meno ai nostri personaggi.
Esempi. Gli esempi possono essere infiniti. Abbiamo i libri biografici come Lampi oppure Correre, ma anche Una questione privata oppure La bella estate.

 

TERZA PERSONA OGGETTIVA: questa scelta rappresenta un narratore totalmente svincolato dal personaggio. Un narratore molto poco appoggiato al proprio personaggio non può entrare nella sua testa per rivelarne i pensieri e le emozioni; e raccoglie la sfida di rivelare tutte le informazioni soltanto attraverso il racconto: descrizioni, azioni e dialoghi. È il campo massimo del mostrare e non raccontare, dove il narratore, simile una videocamera, cattura la scena dall’esterno e non può mai intervenire direttamente. Il pdv oggettivo ci restituisce come l’idea di vedere un film.
Un ottimo esempio di questa tecnica, resta il racconto Colline come elefanti bianchi di Hemingway.

 

TERZA PERSONA MULTIPLA: si ha quando la vicenda è raccontata da diversi personaggi sui quali il narratore si appoggia o meno di volta in volta. Anche in questo caso, come abbiamo detto per la prima persona multipla, ha senso inserire più pdv quando questi sono capaci di aggiungere qualcosa al racconto. Rispetto alla prima persona, però, è possibile chiaramente scegliere di appoggiarsi in modo diverso ad ogni personaggio: a uno si può essere molto vicini,  un altro meno. Anche qui le sfumature sono infinite.
Ottimi esempi di questa categoria sono L’uomo che cade ma anche Underworld che accorpa diversi narratori a diverse tipologie di punti di vista. Come ho fatto anche io nel mio romanzo Paradiso.

 

TERZA PERSONA ONNISCIENTE: in questo particolare pdv caduto un poco in disuso, la vicenda è raccontata dal punto di vista di un narratore onnisciente. Questa formula permette al narratore di fare di tutto, può entrare nella testa dei personaggi, provare emozioni, sapere tutto sul loro conto, leggere il futuro, sospendere la narrazione, e coì via.
Questo eccesso di libertà rappresenta anche il suo peggior difetto: il narratore onnisciente sovraespone la voce dello scrittore rendendo difficile, per il lettore moderno, abbandonarsi alla storia e sospendere l’incredulità.
Un buon esempio di un narratore moderno onnisciente può essere quello de L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Kundera.

 

SECONDA PERSONA: Quando un racconto è scritto al “tu”;  in sostanza parliamo di una prima persona mascherata con una seconda. Le caratteristiche sono le medesime della prima persona con la differenza che può stimolare maggiormente l’immedesimazione e l’empatia che il pubblico può provare nei confronti del personaggio. Dall’altro lato, però, essendo poco utilizzata e stilisticamente molto eccentrica, la seconda persona può correre il rischio di oscurare il racconto. A volte, la seconda persona sembra in grado di fare miracoli e infatti li fa, facendo sembrare unica la storia più banale. Da usare con molta cautela.
L’esempio principale di questa tecnica è Le mille luci di New York, ma, dallo stesso autore possiamo citare anche Professione: modella.

Anche questo capitolo del corso è finito. Nel prossimo capitolo parleremo dello Stile, ovvero della cifra che rende unico ogni autore. Oltre al Punto di Vista, nei capitoli precedenti abbiamo parlato del Personaggio, del rapporto tra Personaggio e Storia, della Struttura e dell’Ambientazione.

Come sempre ti ricordo che questo sito nasce come uno spazio di condivisione libera e gratuita di quello che ho imparato durante la mia esperienza di studente, autore e collaboratore editoriale. Se desideri contribuire in un qualche modo a questo progetto, ti invito a condividere questo corso con chi credi possa essere felice di riceverlo.

A presto,

Andrea

Impara l'arte del racconto, diventa un narratore consapevole.

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Mi sono diplomato nella più importante scuola di scrittura italiana e ho collaborato con i migliori editori. Nel 2018 ho creato questo spazio, un luogo dove poter condividere quello che ho imparato e aiutare le persone a raccontare le loro storie.

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