#1. Il Personaggio

Tempo di lettura 27'

 

Dà al lettore almeno un personaggio per cui possa fare il tifo;
Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche soltanto un bicchiere d’acqua;
Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare un personaggio o far andare avanti la storia;

Kurt Vonnegut

Il personaggio è da sempre l’epicentro di ogni storia. A prescindere dalle epoche e dalle culture, ogni storia nasce e si evolve in base al desiderio di un personaggio. Vendetta, amore, avventura: qualunque sia la motivazione che spinge il nostro personaggio, sarà la rincorsa alla soddisfazione di un desiderio a fare la storia.

Potremo raccontare di un eroe che vuole tornare a casa dopo una battaglia (Odissea), di una famiglia in viaggio verso la California durante la grande crisi degli anni ’30 (Furore) oppure di un giovane magnate che vuole andare a tagliarsi i capelli (Cosmopolis) ma per quanto i contesti possano variare, come scopriremo nel capitolo secondo, le nostre storie riguarderanno sempre un personaggio con un’intenzione davanti al quale si frappone un ostacolo.

Ma il personaggio è prima di tutto una presenza che vaga all’interno del mondo straordinario e come narratori noi abbiamo il piacere (e il dovere) di immaginarlo.

Il personaggio è dotato di un corpo e di una mente ed è importante sottolineare come questi aspetti, quello interiore e quello esteriore, non siano sempre sintonizzati, aprendo quindi la possibilità a un viaggio che per il personaggio potrà essere anche all’interno di sé stesso.

In questo primo capitolo del corso, parleremo del personaggio.

Diremo tutto ciò che c’è da sapere.

A partire dai numerosi esempi, come in tutti i capitoli di questo corso, qui troverai solo contenuti 100% originali, frutto dei miei anni di studio, scrittura e della mia esperienza come collaboratore editoriale.

Mi chiamo Andrea Fabbri. Sono un narratore.

Qui puoi trovare la mia storia.

Iniziamo!

Caratterizzazione e Personaggio.

Facciamo chiarezza: caratterizzazione e personaggio sono due cose diverse.

La caratterizzazione è l’insieme di tutti i caratteri (interiori ed esteriori) che definiscono un personaggio.

Aspetto, parlata, abito, vizi, tendenze, nevrosi. Qualsiasi particolare che possiamo estrapolare dall’osservazione esterna di un individuo corrisponde alla sua caratterizzazione. Prendiamo, ad esempio, l’anonimo passante numero 623 che sta transitando davanti alla vostra finestra in questo momento; osservatelo: è un uomo o una donna? Che età può avere? E com’è vestito? Cammina in modo particolare? Ha un cane? L’insieme dei tratti che state osservando corrispondono alla sua caratterizzazione.

Il personaggio, invece, è tutta un’altra cosa.

Il personaggio è tutto ciò che si nasconde sotto alla sua caratterizzazione, ovvero la sua essenza più profonda e autentica.

All’interno del mondo straordinario, così come nella vita, i personaggi non sono mai quello che sembrano. Il loro lato esteriore è spesso il risultato dei loro irrisolti, delle loro ferite e delle strategie di sopravvivenza che hanno messo in pratica per tirare avanti, continuamente vestendo e svestendo i panni di un’altra persona. Nessuno di noi è quello che sembra, lo sappiamo. E se questo è vero nella vita reale, lo è ancor di più nel mondo straordinario delle nostre storie.

In questo modo, tra il nostro personaggio e la sua caratterizzazione si apre uno spazio, una distanza che tendenzialmente viene chiamata col nome di tridimensionalità.

Tridimensionalità.

Come dicevamo, ognuno di noi sa che l’abito non fa il monaco. Anche se sembriamo condurre le nostre esistenze negando questa potente consapevolezza, tutti quanti sappiamo che nessuno corrisponde esattamente a quello che vuole mostrare. La nostra vera natura si rivela attraverso i nostri pensieri più reconditi e le azioni che intraprendiamo quando siamo alle strette. Talvolta, poi, la nostra vera natura è talmente sepolta all’interno di noi stessi che non sospettiamo nemmeno della sua esistenza.

Per tridimensionalità si intende la distanza, creata con consapevolezza o meno, che separa l’insieme dei caratteri del personaggio dalla sua vera natura, il personaggio stesso.

In ogni narrazione che si rispetti, il personaggio non coincide con la sua caratterizzazione. A costo di risultare eccessivamente accademico, voglio dire che, in ogni buona storia, è auspicabile, per non dire necessario, che esista uno smottamento, un disallineamento, tra tale fetta di umanità molto profonda, ovvero il personaggio, e la sua manifestazione superficiale ovvero con la sua caratterizzazione.

Tale condizione genera un conflitto interno al nostro personaggio. Ed è di quel conflitto che si nutrirà la storia.

Storia come viaggio interno al personaggio.

La storia può essere vista come un viaggio che il personaggio compie all’interno di sé stesso che lo conduce a ricongiungersi con la sua anima più profonda.

Esempi.

In Matrix, la caratterizzazione di Neo ci viene ben offerta dalle parole dell’agente Smith che, nel corso del suo primo interrogatorio, dice: “conduce una doppia vita, signor Anderson: programmatore di una stimata azienda di software durante il giorno e hacker criminoso nel corso della notte”.

Neo non immagina di essere l’eletto, colui che potrà liberare l’umanità dalle macchine, e allo stesso modo non lo sospetta l’agente Smith. Quella del reietto insonne, è la caratterizzazione di Neo e tutto il primo capitolo della trilogia riguarda proprio la presa di consapevolezza del nostro protagonista rispetto a quella che è la sua vera natura.

Ne La versione di Barney, pagina dopo pagina scopriamo che Barney è qualcosa di più della persona cinica e scontrosa che si rivela essere all’inizio della storia. Con il passare del tempo, raccontando la sua storia, Barney evolve mostrandoci le sue ferite più profonde, creando un filo empatico tra noi e i suoi sentimenti, in particolare il suo rimorso.

Ne Il grande Gatsby, Gatzby ci viene presentato come un ricco, giovane e misterioso uomo d’affari dedito a organizzare delle feste sontuose. Nessuno sa chi sia veramente, tutti azzardano ipotesi ma l’unico a conoscerlo per davvero sarà Nick, il nostro narratore e vicino di casa. Nel corso del testo scopriamo che ad alimentare i fuochi d’artificio del mondano e chiacchierato Gatzby, è sempre stato il desiderio di riconquistare l’amore di una sola donna.

Ne Le mille luci di New York, invece, è la mancata rielaborazione di un antefatto a condurre il protagonista, un giovane pubblicitario, alla dissoluzione più totale all’interno della fiorente New York di fine anni ’80. Affrontato il suo passato, il personaggio si riconnette con la parte di sé che aveva soffocato, lasciandoci intravedere la possibilità di un nuovo inizio.

Un esempio profondamente rappresentativo di quello che sto parlando, è senz’altro il film In linea con l’assassino, all’interno del quale un cecchino tiene sotto tiro un giovane pr in carriera chiuso nella cabina telefonica dove ogni giorno si reca per flirtare con quella che spera possa diventare la sua futura amante. Ciò che l’assassino desidera è che Stuard si redima pubblicamente dalle sue bugie, che prenda coscienza e al tempo stesso le distanze, dall’insieme dei caratteri posticci che ha finora utilizzato per costruire la sua immagine: i suoi vestiti, il suo orologio da 2.000 dollari fasullo, tutta la sua vita di menzogne. Stuard non è ciò che sembra e lo deve ammettere pubblicamente.

Il suo personaggio deve prendere le distanze dalla sua caratterizzazione, altrimenti il cecchino lo ucciderà.

Ecco il video della sua confessione:

Piuttosto evocativo, non credete?

Volume della storia.

La confessione di Stuard rende perfettamente l’idea del processo di ricerca interiore che può  compiere un personaggio nel corso di una storia. A questo punto, possiamo introdurre il concetto di volume di una storia e traendo una tendenza generale.

Maggiore è la distanza tra i caratteri del tuo personaggio e il suo mare interiore, maggiore sarà il volume della tua storia.

Facendo riferimento ad alcune storie che abbiamo citato, attraverso un piccolo sforzo immaginativo, possiamo osservare come, se la caratterizzazione fosse coincisa con il personaggio, non ci sarebbe stata storia: Neo sarebbe stato solamente un hacker rintanato nel suo buco, Gatzby solamente un magnate modaiolo e Barney un alcolizzato acido e pungente. Come puoi intuire, la situazione sarebbe risultata piatta, e il volume della storia sarebbe stato pari a zero. Non ci sarebbe stato conflitto, non ci sarebbe stato dramma e quindi non ci sarebbe stata una storia.

Per nostra fortuna, quelle storie raccontano una situazione in cui il personaggio si differenzia dalla sua caratterizzazione, dove i suoi desideri interiori non combaciano più con i desideri che assicurano la stabilità della sua caratterizzazione. Così abbiamo una profondità, un volume nella storia: occorre un cambiamento che permetta al personaggio di spostarsi dal punto in cui si trova nella situazione iniziale per intraprendere un viaggio capace di ricondurlo al suo vero io.

A Gatzby serve l’amore di Daisy, a Neo serve accettare di essere l’eletto mentre a Barney serve il perdono e l’affetto dei suoi cari.

Storia come viaggio esterno al personaggio.

Tutte queste considerazioni ci portano a pensare che una storia debba per forza avere a che fare con una discesa nelle profondità interiori del nostro personaggio?

Assolutamente no. È pieno di storie grandiose, spesso pensate più per il cinema che per la letteratura, dove questa esplorazione interiore è del tutto assente e il viaggio condotto dal protagonista è un viaggio puramente esteriore.

Esempi.

Indiana Jones e i predatori dell’Arca perduta è un esempio di questo tipo di storie totalmente votate al viaggio esterno: l’unica domanda che ci poniamo è se Indiana riuscirà o meno a recuperare l’Arca dell’Alleanza. La posta in gioco è sempre fisica, concreta: c’è un obiettivo concreto e ci sono degli ostacoli concreti; non interviene mai una potenziale traiettoria di esplorazione/discussione interiore del protagonista. E in questo tipo di storia non ne sentiamo la mancanza.

Indiana Jones è esattamente quello che appare, un avventuriero, e la tenuta della storia si fonda sull’avventura, sulla sua capacità degli eventi di coinvolgerci ed entusiasmarci.

Zanna Bianca racconta la storia di un cucciolo metà cane e metà lupo e della sua lotta per  sopravvivere nelle sere selvagge. Come molti racconti di Jack London, la loro forza risiede nelle sensazioni fisiche che sono in grado di suscitare, nelle suggestive ambientazioni e su una trama eccezionale. Il libro non racconta della crescita interiore dell’animale, almeno non proprio!

Per 007 – Dalla Russia con Amore, vale più o meno lo stesso discorso fatto per Indiana Jones: non è per via di una potenziale evoluzione interiore di James Bond che seguiamo le sue peripezie. Bond è sempre il solito affascinate sciupa-femmine con la licenza di uccidere: scaltro e coraggioso, noi desideriamo che resti esattamente com’è, così da poter assistere al modo in cui si metterà nei guai per poi scoprire quale brillante stratagemma utilizzerà per venirne a capo. Ancora una volta, il campo su cui si valuterà la tenuta della storia saranno le azioni.

In C’era Una Volta Il West, nessuno dei personaggi maschili è caratterizzato da un’evoluzione. Infatti si dividono in due categorie: quelli che muoiono e quelli che, una volta finita la storia, se ne vanno da dove sono arrivati, ovvero un posto imprecisato dietro le montagne. Un finale aperto, invece, riguarda la figura di Jill ma aperto in termini di contingenze esterne e non di dilemmi interiori irrisolti. Ci chiediamo: e adesso che è finito il film, che ne sarà della vecchia Jill?

Tutto questo è molto tipico del genere western.

Storia come viaggio interno ed esterno.

Con queste parole, infine, stiamo forse affermando che la scelta debba ricadere per forza solo su uno dei due viaggi? Nemmeno per sogno, una storia può contenere entrambi i conflitti, entrambi i viaggi, sia interni che esterni. Dosi e ricette restano a discrezione del narratore che potrà scegliere in che proporzioni integrare le due traiettorie.

Esempi.

Mi vengono in mente le storie dei super-eroi che, tendenzialmente, si nutrono di un doppio conflitto: uno esterno rappresento da un super-cattivo che in genere minaccia la sopravvivenza del mondo intero, e uno interno dovuto proprio al fatto che i super-eroi sono dei super-eroi e quindi degli esseri umani diversi, in un qualche modo privati della possibilità di condurre un esistenza normale.

Per esempio, Batman è un multimilionario rimasto orfano in tenera età che si scontra con le forze del male travestendosi da uomo pipistrello. Il suo conflitto esterno è chiaramente rappresentato dal Joker di turno mentre quello interno si fonda invece su domande del tipo: quanto, alla base del mio travestimento c’è la volontà di salvare gli altri e non la necessità di soddisfare il mio ego personale? Quanto, effettivamente, le mie azioni portano dei benefici agli altri? Perché metto a repentaglio la vita di chi mi vuole bene? Quanto di mio posso sacrificare in nome di un bene più grande?

Praticamente in ogni film, Bruce Wayne tenta di distruggere la maschera di Batman la quale, ogni volta, è destinata a risorgere per via di una nuova e più potente minaccia globale.

Ripescando l’esempio del primo capitolo della saga di Matrix, invece, la storia verte senz’altro sul viaggio interiore di Neo di cui abbiamo già parlato ma anche su una serie di eventi al cardiopalma: abbiamo dinamiche d’amore, di tradimento, sparatorie, combattimenti. Matrix affonda nell’interiorità di Neo e mescola tale introspezione con gli attributi tipici dei film d’azione.

Il Signore degli anelli è una storia grandiosa che unisce viaggi interiori al passo tipico della grande avventura. Per quanto riguarda il viaggio esteriore, la trama è ricca di eventi ed è sempre tesa verso un unico grande risultato: buttare l’anello nel cratere del Monte Fato. Per quanto riguarda il viaggio interiore dei personaggi, invece, per gran parete di loro, questo è segnato da un processo di evoluzione. Posso citare, ad esempio, il caso di Aragorn, che nel corso della vicenda dismette ufficialmente i panni del ramingo (e anche il relativo nome di Grampasso) per vestire quelli di erede al trono di Gondor: il suo, è un viaggio interiore che lo conduce alla pacificazione con la debolezza del suo sangue, di comprensione e riconoscimento di sé stesso come un entità separata da quella dei suoi antenati.

In questa scena, Aragorn riceve la spada di Elendil, e porta a compimento il suo arco trasformativo rinunciando definitivamente al ramingo.

Esattamente come Aragorn, sono diversi i personaggi che lottano contro i propri demoni interiori mentre fanno scorrere fiumi di sangue sulla Terra di Mezzo.

Rivelare il personaggio: coerenza, incoerenza e verità.

A questo punto, noi narratori dobbiamo ricordarci che quando raccontiamo una storia operiamo prima di tutto un’opera di traduzione convertendo quelle che sono le nostre visioni personali in un linguaggio comprensibile all’umanità intera. Come autori, siamo gli unici esseri viventi a poter osservare il mondo straordinario della nostra storia e la scrittura è il modo che sperimentiamo per rendere partecipe l’umanità della sua bellezza.

Una volta che i personaggi si sono delineati nella nostra testa, come tutto il mondo straordinario della nostra storia, dobbiamo metterli sulla pagina e lasciare che si rivelino.

E all’interno del mondo straordinario, i personaggi, il loro aspetto, i loro dialoghi e i loro pensieri, il loro passato e le loro azioni, posso essere rivelati in due modi: attraverso l’intervento diretto del narratore oppure attraverso le loro azioni.

Il metodo diretto, prevede l’intervento diretto del narratore che, interrompendo il tempo della storia, comunica direttamente l’informazione al lettore. Questa soluzione ha il pregio della chiarezza ma di riflesso, può penalizzare il ritmo della narrazione interrompendone il flusso.

Il metodo indiretto, invece, si realizza quando il personaggio si rivela attraverso le sue azioni, le quali, indirettamente, conducono il lettore a trarre le conclusioni desiderate dal narratore. Questa soluzione rende giustizia al lettore che è libero di colmare il non detto attraverso la sua esperienza ma al tempo stesso espone la narrazione a eventuali cortocircuiti: quando il lavoro di scrittura non è svolto a dovere, il lettore trae conclusioni sbagliate e da fuoco al libro a pagina 60.

Come scopriremo nel capitolo relativo al punto di vista, non esiste un metodo universale ma ogni storia ha il suo modo di essere raccontata. All’interno di ogni storia, poi, esistono momenti narrativi diversi ognuno dei quali è portatore di esigenze differenti. In definitiva, nel corso del racconto, il narratore si affida alla sua sensibilità utilizzando entrambi i metodi, diretto e indiretto, per portare a termine il lavoro di traduzione nel migliore dei modi.

Esempi.

La struttura di Kill Bill fa continuamente ricorso all’analessi (flashback) per colmare alcuni vuoti narrativi. Tarantino, gioca con questo continuo rimbalzo tra presente della storia e passato dell’universo narrativo. In alcuni casi lo fa per introdurci dei personaggi.

In questi tre video possiamo vedere come utilizzi tre tecniche diverse per presentarci tre personaggi differenti.

Nel primo caso, per raccontare le origini di O-Ren, Tarantino si serve del metodo diretto utilizzando in parte la voce di Beatrix , la nostra narratrice, e in parte un cartone animato che racconta un sommario della vita di O-Ren. Il flusso della storia viene interrotto da questo “racconto nel racconto” che mette in pausa la vicenda.

In questa scena, invece, Tarantino ci presenta Budd seguendo il metodo indiretto. Attraverso una scena dalla quale possiamo notare diverse cose: c’è una certa intimità tra Budd e Bill, Bill è preoccupato per la fine che potrebbe fare Budd, inoltre, Bill ha chiuso i conti con il passato mentre Budd non riesce a cancellarlo: Bill possiede l’automobile sportiva che vediamo alle sue spalle mentre Budd vive in una roulotte. I due personaggi sono uno il riflesso dell’altro, uno ha un aspetto elegante, l’altro trasandato. Soltanto più avanti scopriremo che Budd e Bill sono fratelli. Questa scena è costruita totalmente attraverso il metodo indiretto.

Pai Mai ci viene integralmente presentato per mezzo di un dialogo. Bill racconta la storia di Pai Mai a Beatrix proprio la notte prima che lei inizi il suo allenamento dal potente e misterioso maestro. In questa scena, Tarantino utilizza una sorta di via di mezzo tra il metodo indiretto e il metodo diretto in quanto come narratore si esprime direttamente, ma attraverso la bocca di Bill.

Cambiando genere, possiamo guardare come viene presentata la protagonista de Tre Manifesti a Ebbing, Missouri.

La protagonista del film, è una donna colma di rabbia per via della morte violenta della figlia. La sua caratterizzazione ci mostra una donna aggressiva, sboccata e violenta. Ma sotto lei si nasconde un’animo buono, come capiamo indirettamente attraverso il finale di questa scena, dove aiuta un insetto capovolto a rigirarsi. Questo è un altro ottimo esempio del metodo indiretto.

Il Favoloso Mondo Di Amelie è raccontato anche per mezzo di un narratore esterno, una voce narrante che ci accompagna all’interno della storia. Tutto questo potrebbe suonare come qualcosa molto antico e noioso, ma in questo film, invece, l’effetto risulta estremamente gradevole. In questa scena, il narratore ci presenta i genitori di Amelie e Amelie stessa attraverso tre cose che piacciono e tre cose che non piacciono ai diversi personaggi. Questo tipo di presentazione fa chiaramente il verso alle classiche presentazioni ottocentesche che prevedevano lunghe descrizioni, tipicamente elenchi delle caratteristiche e degli oggetti a cui i personaggi erano legati. Un pò come succedeva nei quadri di quell’epoca, dove i soggetti erano ripresi frontalmente con i loro cani da caccia o quant’altro. In queste scene, la narrazione viene interrotta per presentare i personaggi ma anziché risultare noiosa, il suo registro scanzonato rende la cosa gradevole. Ecco un’altro esempio del metodo diretto.

Come dicevamo, storie diverse chiamano scelte diverse.

Proseguiamo!

Realtà coerente, quindi incoerente com’è la realtà.

Una caratteristica importante che scende da tutto quello che abbiamo detto finora, è il grado di coerenza e al tempo stesso di incoerenza che definisce un buon personaggio. Da un lato, il personaggio deve essere fedele ai tratti che definiscono la sua caratterizzazione, la maschera che si è costruito e indossa tutti i giorni per sopravvivere nel mondo straordinario, ma dall’altro, questa maschera è incoerente e in contrasto con la sua vera natura, quella che ha sepolto sotto la maschera stessa.

Un essere umano non è totalmente cattivo e non è totalmente buono ma presenta delle sfumature. A meno che non vi occupiate di storie incentrate sulla trama classica e quindi sugli eventi (e ce ne sono di grandiose, come Indiana Jones, gli 007 o molti dei romanzi di Stephen King), le vostre storie tenderanno a fondarsi anche sull’esplorazione interiore dei vostri personaggi, sullo scarto che esiste tra la loro anima e la loro maschera.

In conclusione, all’interno di una storia, il personaggio è catalizzatore di segnali multipli, conflittuali, opposti: coerenti e incoerenti. Se cerchi un buon esempio, ti invito a rivedere la scena da Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di cui abbiamo parlato poco sopra: donna tutto d’un pezzo (caratterizzazione) VS donna sensibile, ferita, dolce (personaggio).

Show Don’t Tell // Il Principio dell’Iceberg.

Una regola aurea della narrazione recita: mostra, non raccontare. Significa che è sempre preferibile mettere in scena una storia piuttosto che restituirne il resoconto descrittivo.

Il motivo è che le opere narrative, sopratutto la letteratura, prevedono una partecipazione attiva del lettore che, attraverso il suo immaginario, inserisce il proprio vissuto tra le righe del testo.

Un racconto troppo detto, toglie questo piacere al lettore e suona come uno sproloquio gratuito del narratore. Questo perché le parole non hanno un senso universale al contrario delle emozioni. Le parole definiscono un intorno di possibili significati e non un singolo significato e così, a noi narratori non resta che cercare di essere evocativi, di stimolare l’immaginazione per suscitare emozioni.

Per cui non ha molto impatto scrivere che Uma Thurman è bella, molto più interessante è scrivere dei suoi occhi.

Chiudo questa prima sezione del corso con il celebre principio dell’Iceberg di Hemingway.

Diversamente da quanto fatto negli altri capitoli, scelgo di riportare il concetto direttamente attraverso la citazione originale, contenuta proprio nel libro Il principio dell’iceberg. Un pò perché credo che Hemingway riesca ad essere molto più chiaro di me, un pò perché il libro è attualmente introvabile e così diamo il nostro contributo a evitare che la citazione vada perduta per sempre.

Dice:

Cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg. I sette ottavi di ogni parte visibile sono sempre sommersi. Tutto quel che conosco è materiale che posso eliminare, lasciare sott’acqua, così il mio iceberg sarà sempre più solido. L’importante è quel che non si vede. Ma se uno scrittore omette qualcosa perché ne è all’oscuro, allora le lacune si noteranno.

La profondità del nostro universo narrativo può essere percepita negli accenni.

Tutto chiaro?

Il primo capitolo di questo corso è finito e così ti rimando al capitolo due dove parleremo del rapporto che lega personaggio e storia.

Come forse avrai già letto, questo sito nasce come uno spazio di condivisione libera e gratuita di quello che ho imparato durante la mia esperienza di studente, autore e collaboratore editoriale. Se ti è piaciuto questo primo appuntamento del corso e desideri contribuire a questo progetto, ti invito a condividerlo con chi credi possa essere felice di riceverlo.

Non chiedo niente di meglio.

Un abbraccio,

Andrea

Hai già visto il mio corso di scrittura creativa?

Si chiama Dalla A alla Z ed è un ciclo di otto lezioni. Può essere organizzato via Skype, dal vivo e tra poco anche online. Può essere individuale oppure collettivo e si può organizzare anche nella tua città.

Mi sono diplomato nella più importante scuola di scrittura italiana e ho collaborato con i migliori editori. Nel 2018 ho creato questo spazio, un luogo dove poter condividere quello che ho imparato e aiutare le persone a raccontare le loro storie.

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